India, agricoltori contro la riforma del governo, i Sikh d’Italia: “Nessuno ne parla”

Jowarar Singh, responsabile della comunicazione della comunità Sikh in Italia, racconta a Fanpage.it cosa sta succedendo ormai da due mesi nel suo Paese di origine: “Milioni di agricoltori protestano per una riforma che punta a privatizzare un settore alla base dell’economia indiana”. I media nazionali non entrano nel merito delle proteste, mentre quelli stranieri, spiega il giovane portavoce che vive in provincia di Piacenza, non ne parlano abbastanza. “La protesta riguarda tutti, senza distinzione di religione o di Stato”. Manifestazioni anche in Italia, dopo l’imponente sciopero nazionale in India di qualche settimana fa.
Attualità
29 Dicembre 2020 11:58
di Beppe Facchini

Oltre due milioni di agricoltori indiani sono da settimane in rivolta per una nuova riforma del settore, voluta dal governo centrale, che rischia di favorire i grandi gruppi economici e industriali a discapito di quasi il settanta per cento della popolazione nazionale che invece basa il proprio reddito proprio dal lavoro nei campi. È quanto spiegano dalla comunità indiana in Italia, che tra i suoi referenti ha anche Jorawar Singh, 24enne che vive da quando era un bambino nella provincia di Piacenza, fra i primi ad impegnarsi da tempo per fare in modo che la questione della riforma agraria in India diventi un tema forte anche al di fuori dei confini del Paese in cui è nato.

“Questa riforma è arrivata senza il coinvolgimento di sindacati e rappresentanti dei lavoratori agricoli -spiega a Fanpage.it il giovane responsabile della comunicazione per la comunità Sikh in Italia- e permetterà alle grandi multinazionali di comprare i terreni dagli agricoltori, i quali, se dovessero trovarsi in situazioni di debito, non lo saranno più nei confronti dello Stato, ma verso delle multinazionali che ovviamente funzionano in modo diverso”. Non solo. Con la riforma, sottolinea Singh, “non è neanche più garantito il prezzo minimo statale che consentiva la sopravvivenza degli agricoltori anche nei momenti bui”.
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In India, dove l’agricoltura rappresenta uno dei pilastri dell’economia nazionale, sono in atto da tempo interventi legislativi consistenti che riguardano non soltanto questo settore, pur non ottenendo sempre i risultati sperati dal governo. Molti contadini, rivela Singh, si sono anche suicidati perchè non in grado di affrontare una situazione sempre più complicata. Altri, invece, potrebbero decide ben presto di lasciare il Paese, dove nel frattempo la tensione sta aumentando. La protesta degli agricoltori indiani, specifica però ancora Singh, è pacifica, malgrado sui media nazionali e filogovernativi se ne discuta al contrario come di manifestazioni estremiste e pericolose per la tenuta sociale. “Non ne parlano in modo corretto, fanno disinformazione e non approfondiscono i motivi della protesta -continua il rappresentante della comunità Sikh in Italia-. Cercano sempre di far passare il messaggio che dietro ci siano altre motivazioni, ma non è così. A protestare sono tutti gli agricoltori, indipendentemente dalla religione o dallo Stato di provenienza”. I primi a scendere per strada sono stati i lavoratori del Punjab, spostandosi poi verso la capitale, Nuova Delhi, dove nel giro di poco, alle porte della città, si sono aggiunti migliaia di colleghi provenienti dalle altre zone del Paese. Accampati fuori dalla metropoli ci sono quindi da quasi due mesi giovani, anziani, donne e bambini che si oppongono alla riforma e “chiedono i loro diritti”, precisa ancora Singh.

Le proteste degli agricoltori indiani, infine, hanno trovato anche l’appoggio di altre categorie di lavoratori nel Paese, dei sindacati e dell’opposizione (nei giorni scorsi c’è stato anche un imponente sciopero nazionale) al governo guidato dal 2014 da Narendra Modi, sostenitore ovviamente di una riforma che, a suo dire, porterà vantaggi a milioni di contadini perchè consentirà una maggiore circolazione dei prodotti agricoli sia da uno Stato all’altro che al loro interno. Modi finora si è occupato della vicenda ignorando inizialmente le proteste e poi accusando gli agricoltori di essere manipolati dai suoi avversari politici. Ha anche insinuato che i contadini sikh sono “antinazionali” e di conseguenza “terroristi” ed ha persino usato la forza in alcune occasioni per reprimere le proteste, utilizzando pure mezzi d’informazione e social network per screditarne le richieste. In diversi Paesi, Italia compresa, la mobilitazione delle comunità indiane sta quindi cercando di porre l’attenzione dei governi stranieri su quanto sta accadendo nei loro luoghi d’origine. E dopo Roma, Brescia, Verona e Milano, poco prima di Natale anche Bergamo ha ospitato una manifestazione a riguardo, grazie al coinvolgimento dei sindacati agricoli locali. Sul palco è salito anche Jorawar, sottolineando, ancora una volta (“Perchè questo è uno degli aspetti più importanti” ribadisce), che la protesta non riguarda solo i sikh (in India la popolazione è divisa anche fra cristiani, indù, musulmani, buddhisti e diverse altre fedi) bensì migliaia e migliaia di “contadini uniti per un’unica causa”.

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