L’India scossa dalle proteste degli agricoltori. Ragioni e preoccupazioni.

Quanti sono gli agricoltori in India? Nemmeno il governo lo sa con esattezza.

Secondo alcune stime sarebbero circa 145 milioni di famiglie: in percentuale, tra il 40% e il 60% della popolazione del Paese. Poniamo che siano quattro persone su dieci: significherebbe che vi sono più agricoltori in India che – sommati – in Europa e America.

A differenza dei modelli agricoli occidentali, in India la stragrande maggioranza delle aziende agricole (addirittura l’85%, secondo il sito web indiano The Wire) sono “micro-farm” di dimensioni piccolissime, con superfici inferiori ai due ettari (per capirci: un ettaro corrisponde grossomodo a un campo da calcio).

In aziende agricoli di queste dimensioni il più delle volte lavorano i componenti di una sola famiglia: il lavoro da fare nei campi è tanto, ma i profitti non sono un granché. I motivi sono molti: la maggior parte degli agricoltori indiani non possiede le attrezzature a cui siamo abituati a pensare; molti di loro non sono proprietari della terra che coltivano, ma la affittano soltanto. Tra affitto e spese per la sussistenza, ciò che rimane in tasca non basta per lasciarsi alle spalle la povertà.

Proteste in India

La scarsa liquidità disponibile, inoltre, costringe molti agricoltori a richiedere prestiti per acquistare le sementi e le attrezzature necessarie a lavorare la terra. Quando finalmente arriva il momento della raccolta, frutta e verdura vengono vendute ai mercati locali controllati dal governo. Significa che i prezzi sono fissi, o almeno così dovrebbe essere. 

È piuttosto raro, infatti, che i contadini riescano a vendere al prezzo stabilito perché, nella contrattazione, chi acquista detiene più potere. Nel caso in cui i contadini vendano i loro prodotti a un prezzo inferiore a quello di mercato, possono fare richiesta di sussidi governativi.

Ma c’è una fregatura

Il meccanismo con cui vengono erogati questi sussidi finisce comunque spesso per sfavorire gli agricoltori: gli aiuti economici vengono infatti stabiliti in rapporto ai prezzi del mercato. Significa che più è basso il fatturato (e per riuscire a vendere occorre tenere prezzi bassi), minori sono gli aiuti governativi. C’è un altro fattore che influisce sulle condizioni di vita degli agricoltori indiani: la crisi climatica che, negli ultimi anni, ha ridotto la produttività dei terreni. 

Ricapitolando, questa è la situazione in cui si trovano:

  • si indebitano (con prestiti sui quali devono pagare alti tassi d’interesse) per acquistare le sementi;
  • coltivano in condizioni climatiche sfavorevoli che riducono la resa;
  • pagano il trasporto del raccolto verso i mercati;
  • sono costretti a vendere a prezzi bassi, spesso ricavando per il raccolto meno di quanto abbiano speso per produrlo;
  • spesso non riescono a pagare i debiti nei confronti di chi ha prestato loro il denaro oppure non riescono a onorare l’affitto.

Non sorprende, allora, che tanti agricoltori in India si trovino sotto il giogo del debito. Dal 1995, oltre 300.000 agricoltori si sono tolti la vita (si tratta di una stima, dal momento che nel 2015 il governo indiano ha smesso di rendere noti i numeri sui suicidi – l’ultimo dato parlava di più di 10.000 suicidi all’anno – e lo stato del Maharashtra conta in media 10 suicidi di agricoltori ogni giorno).

proteste in india

Una riforma che rischia di peggiorare le cose

Lo scorso settembre il governo del primo ministro Narendra Modi ha promosso la riforma del settore agricolo: si tratta di tre norme che, invece di migliorare le condizioni di vita e di lavoro di gran parte di questi piccoli agricoltori, potrebbero addirittura peggiorarle. 

Fino ad ora, come abbiamo visto, il governo ha garantito prezzi controllati e sussidi in grado di assicurare un reddito minimo, seppur basso e spesso insufficiente a evitare indebitamenti.

In vigore, inoltre, c’è anche una norma che vieta l’accumulo del raccolto: la legge, in poche parole, prevede che i prodotti coltivati debbano essere venduti nella stessa stagione in cui vengono raccolti. In questo modo viene impedito ai grandi produttori di immagazzinare l’invenduto e di avere così a disposizione un eccesso di offerta con cui sbaragliare la concorrenza dei piccoli agricoltori. Tra le riforme avanzate da Modi, però, ce n’è una che depenalizza questa pratica, di fatto permettendo alle aziende più grandi di soffocare i micro produttori.

La terza riforma, infine, permetterebbe a ogni agricoltore di vendere privatamente il proprio raccolto a qualsiasi acquirente di sua scelta. Il punto è che, dal momento che il trasporto della merce è costoso, le colture vengono quasi sempre portate al mercato più vicino al luogo dove vengono coltivate. Anche in questo caso, quindi, i grandi player potrebbero vendere a prezzi inferiori, danneggiando ulteriormente i piccoli produttori. 

Non finisce qui

Come se non bastasse, anche i sussidi potrebbero venire ridotti: molti agricoltori, di fatto, si troverebbero privati anche di quella tutela minima di cui dispongono oggi.

La preoccupazione dei produttori più piccoli è che le aziende agricole più grandi possano facilmente finire per divorarli: in India, come abbiamo detto, i micro agricoltori convivono con l’indebitamento, possiedono pochissime attrezzature e affittano la terra che lavorano. In queste condizioni, stipulare accordi tra aziende risulterebbe difficile, mentre in caso di acquisizioni da parte di grandi aziende o di fusioni il rischio è che in molti finiscano per perdere il lavoro. 

Proteste in India

Per tutte queste ragioni, da mesi milioni di persone protestano contro le riforme promosse dal governo indiano, che dal canto suo insiste nel sostenere che le nuove norme modernizzeranno il settore agricolo. Gli scontri si sono fatti via via più intensi fino a sfociare, il 26 gennaio 2021 nel giorno del 71esimo anniversario dell’istituzione della Repubblica Indiana, nell’assalto al Forte Rosso di Delhi

Quella degli agricoltori indiani è una battaglia che riguarda tutti noi. Ecco perché

Ciò che accade in India ha conseguenze che vanno ben oltre i confini nazionali. Proprio dall’India, infatti, arrivano grano, riso basmati, orzo, lenticchie, zucchero di canna, anacardi, tè nero, cereali, cipolle, peperoni, olio vegetale, fagioli rossi, mele, ceci e avena, e poi ancora spezie come pepe nero, cannella, chiodi di garofano, semi di sesamo nero, cardamomo, sale dell’Himalaya, zenzero e cumino. In poche parole: se l’India riduce la produzione agricola, l’offerta globale diminuisce e i prezzi salgono. Ovunque. Oltre agli aspetti sociali e umanitari che riguardano gli agricoltori del Paese asiatico, insomma, ciò che accade in India ha una rilevanza economica globale che riguarderà chiunque nel mondo.

Marco Gritti, m.gritti@slowfood.it

Source: L’India scossa dalle proteste degli agricoltori. Ragioni e preoccupazioni. (slowfood.it)

  • 758