I contadini indiani contro il neoliberismo e le disuguaglianze del governo Modi| Democracy Now intervista Palagummi Sainath

mercoledì 9 Dicembre 2020

contadini indiani neoliberismo disuguaglianze
Manifestazione a Nuova Delhi

Uno sciopero di portata storica

Mentre il COVID continua a imperversare in India, con il numero di casi segnalati più alto al mondo (secondo solo agli USA), centinaia di migliaia di contadini continuano a convergere da giorni verso la capitale Nuova Delhi per chiedere al governo di abrogare la nuova legislazione che vorrebbe definitivamente deregolamentare anche i mercati agricoli. Secondo le Organizzazioni sindacali che rappresentano le ragioni dei contadini, queste riforme consentiranno alle holding della grande distribuzione di fissare i prezzi dei raccolti molto al di sotto dei valori attuali, peggiorando ulteriormente le condizioni di vita dei contadini.

L’agricoltura è la principale fonte di reddito per oltre la metà degli 1,3 miliardi di persone dell’India. E (particolare importante) questa protesta così unitaria dei contadini indiani è iniziata proprio in coincidenza con il massiccio sciopero generale di pochi giorni fa (26/27 novembre) che ha visto il blocco di circa 250 milioni di lavoratori in tutto il paese: il più grande sciopero che mai si sia verificato nella storia, contro le riforme neoliberali del governo Modi.

Ne parliamo con Palagummi Sainath, giornalista indiano di lunga data, famoso per le corrispondenze da ogni angolo dell’India rurale quando lavorava per il quotidiano The Hindu, e fondatore del sito web PARI – People’s Archive of Rural India – straordinario archivio che raccoglie testimonianze orali e fotografiche delle innumerevoli realtà, tradizioni e culture contadine dell’India.

Sainath ci spiega il motivo per cui la forza-lavoro dell’India – e in particolare quanti sono occupati nel vasto settore agricolo – si oppone a queste nuove regole recentemente votate in Parlamento, e da alcuni definite “feroci”, e ci aiuta a capire come mai queste proteste continuano, così compatte, da giorni.

Giornalisti che vogliono saperne di più

Buon giorno a ‘DemocracyNow!’, ai microfoni Amy Goodman, con Nermeen Shaikh. Oggi parleremo di India, dove decine di migliaia di contadini continuano a convergere verso la capitale Nuova Delhi, con i trattori oppure a piedi, per chiedere l’abrogazione delle nuove leggi che deregolamentano i mercati agricoli. Secondo il primo ministro indiano Narendra Modi, queste misure daranno agli agricoltori una maggiore libertà nel negoziare i propri prezzi vendendo direttamente agli addetti agli acquisti della Grande Distribuzione. Ma gli oppositori affermano che le politiche neoliberali sono una manna per le aziende e che il controllo del costo del lavoro e dei raccolti potrebbe avere un impatto devastante sulle condizioni di vita degli agricoltori. L’agricoltura è la principale fonte di reddito per più della metà degli 1,3 miliardi di abitanti dell’India.

Queste proteste si verificano subito dopo lo sciopero nazionale di giovedì 26 novembre, quando circa 250 milioni di lavoratori di ogni comparto economico dell’India, non solo agricoltori, si sono uniti in quello che si ritiene sia stato il più grande sciopero organizzato della storia in tutto il mondo. Secondo gli organizzatori di questa particolare agitazione dei contadini, decine di migliaia di manifestanti si sono riuniti in tre punti diversi ai confini di Nuova Delhi, nonostante il freddo pungente dell’inverno, mentre altri contadini sono in viaggio e stanno per raggiungere la capitale. La polizia ha eretto barriere ovunque per impedir loro di raggiungere il centro città. Nelle immagini che stanno passando ecco la testimonianza di uno dei contadini che partecipa alla protesta:

L’India è il mio paese, Delhi è la capitale del mio paese e non mi è permesso di entrare nella capitale del mio paese. Questo nonostante i contadini non abbiano mai fatto niente che possa essere scambiato per teppismo. Tutto il nostro movimento è sempre stato pacifico. Ci hanno anche fatto la doccia con i cannoni ad acqua. Siamo stati picchiati. Ma nessun contadino ha reagito violentemente”.

L’intervista

AMY GOODMAN: Oggi i funzionari del governo indiano si incontrano per la quarta volta con i rappresentanti degli agricoltori, e i leader sindacali degli agricoltori hanno invitato il ministro dell’Agricoltura Narendra Singh Tomar sul luogo della protesta. Tutto questo avviene mentre il COVID continua a infuriare in India, che ha riportato più casi di qualsiasi altro Paese del mondo al di fuori degli Stati Uniti.

Per saperne di più, andiamo a Mumbai per parlare con Palagummi Sainath, giornalista indiano di lunga data, fondatore del People’s Archive of Rural India, o PARI.

Che piacere rivederti P. Sainath, tu hai scritto per The Hindu e per The Times of India, come giornalista hai ricevuto numerosi premi, il tuo lavoro è sempre stato animato dalla consapevolezza che la maggior parte della gente non veniva ascoltata, mentre tu volevi dare voce a chi non ha voce. Parliamo dunque di questa protesta, così significativa, la più grande, si ritiene, che sia mai stata organizzata nella storia del mondo, 

P. SAINATH: Il 26 ottobre tutti i lavoratori del Paese, comprese le numerose, gigantesche unità del settore pubblico, del settore energetico, dei trasporti, nelle più diverse organizzazioni del settore pubblico, e in tutte le banche, compagnie di assicurazione e altri dipartimenti hanno smesso di lavorare e sono usciti nelle strade aderendo alla convocazione delle loro organizzazioni sindacali. Particolare interessante: l’obiettivo della loro protesta era una nuova serie di decreti in materia di occupazione, decreti assolutamente feroci, recentemente votati Parlamento.  Ma è interessante osservare che fin da subito questa immensa mobilitazione ha espresso solidarietà con le parole d’ordine dei sindacati contadini, che soprattutto dal Punjab stavano arrivando alle porte di Delhi. Il fatto che milioni di lavoratori abbiano deciso di dire “Siamo con i contadini”, è stata una grande dimostrazione di unità e solidarietà. Tutto questo succedeva il 26 ottobre ed è stata una cosa straordinaria. 

Attualmente la protesta alle porte di Delhi vede impegnati circa 200/250 mila contadini, che si sono accampati in cinque diversi punti della cintura periferica della città. La reazione del governo è stata di totale insensibilità se non durissima, e in alcuni casi aggressiva. Da un lato, fanno circolare la voce sui media che sono in corso trattative e che intendono arrivare a una soluzione. Dall’altro, lo stesso primo ministro sta insinuando all’interno della sua stessa circoscrizione elettorale, che l’intera faccenda è una cospirazione dell’opposizione.

Ora, se volete sapere quanto è sentita la questione contadina, vi faccio l’esempio del Punjab, che è uno stato famoso (tra le altre cose) per il fatto che molti campioni dell’atletica leggera in India, molti olimpionici, vengono da lì. Ebbene quegli stessi atleti del Punjab, vincitori di medaglie al Commonwealth, ai Giochi nazionali, che hanno partecipato alle Olimpiadi, hanno intenzione di restituire le loro medaglie al governo il 5 dicembre. E lo stesso faranno molti artisti e poeti e altri, stanno restituendo i loro riconoscimenti alla carriera. Questo è quanto succederà il 5 novembre.

Da parte del governo, nessuna reazione. A parte la messinscena della ragionevolezza nei confronti delle masse che stanno protestando, il governo ha dato ordine di erigere ovunque delle barriere con il filo spinato. Ha fatto scavare profonde trincee lungo le autostrade per impedire ai contadini di raggiungere Delhi, e contro di loro sono stati usati cannoni ad acqua e gas lacrimogeni – cannoni ad acqua nell’inverno più freddo che Delhi abbia mai avuto. Due giorni dopo si è registrato il giorno più freddo da 70 anni a questa parte, e contro queste persone, molte delle quali hanno un’età tra i 60 e 70 anni, sono stati usati cannoni ad acqua.

Tutto questo succede mentre i media, come sempre compatti e schierati dalla parte del governo, rinforzano la narrazione della indisponibilità di contadini che “sono tutti brutali bifolchi, bisogna avere pazienza, hanno bisogno di essere trattati con dolcezza”, mentre le leggi contro cui protestano, sono effettivamente devastanti.

NERMEEN SHAIKH: Bene, P. Sainath, potrebbe spiegarci queste proteste, nel più ampio contesto economico dell’India? La disoccupazione è al 27%, dato senza precedenti nel Paese. Quasi il 60% degli 1,3 miliardi di persone in India dipendono dall’agricoltura come principale fonte di sostentamento. In soli due anni, dal 2018 al 2019, oltre 20.000 agricoltori sono morti suicidi. Nel frattempo, un miliardario, l’uomo più ricco dell’India, Mukesh Ambani, ha guadagnato 12 milioni di dollari l’ora da quando è iniziato il lockdown in seguito alla pandemia di marzo. Potrebbe situare queste proteste in un più ampio contesto?

P. SAINATH: Beh, tutte le proteste, spinte da una crisi agraria sempre più profonda, sono fondamentalmente legate alle crescenti disuguaglianze strutturali cui lei accennava. In soli quattro mesi di pandemia, fino a luglio, non solo il signor Ambani, ma l’intero club dei super ricchi indiani, in miliardi di dollari – sono circa 120 in tutto – ha accresciuto del 35% la già considerevole ricchezza, un terzo in più. In termini cumulativi parliamo di circa 485 miliardi di dollari. Nell’arco dell’ultimo anno, oltre a essere il più ricco dell’India, Mukesh Ambani è passato dalla diciannovesima posizione alla quarta nella graduatoria dei più ricchi del mondo.

Tutto ciò mentre i dati e studi più recenti dimostrano che il 76% della popolazione rurale – cioè tre quarti della popolazione rurale – non può permettersi un pasto che possa definirsi nutriente. I contadini dell’India non si nutrono adeguatamente, anche se spendono due terzi del loro reddito in cibo. Il che significa che non resta altro da spendere in nient’altro – trasporti, salute, istruzione, affitto… Nell’India rurale il tutto il reddito viene usato per acquistare cibo, e ciononostante il 63,3% della popolazione contadina e malnutrita! Eccoci dunque di fronte a queste incredibili disparità: l’India è al quarto o quinto posto nella lista dei miliardari nel mondo e al 129° posto nell’Indice di Sviluppo Umano delle Nazioni Unite.

E la pandemia ha acutizzato la gravità di queste condizioni – questa è un aspetto importante che dobbiamo capire di queste proteste. Oltre alla particolare astuzia con cui sono fatte passare le nuove leggi sul lavoro in Parlamento, dove son state approvate tre particolari decreti letteralmente devastanti per i contadini, come avete poco fa menzionato introducendo questo incontro. Due giorni dopo, quando l’opposizione se n’è andata in segno di protesta, ha fatto passare quattro leggi sul lavoro che codificano 29 complesse legislazioni pre-esistenti: le ha riassunte in quattro e le ha fatte approvare.

Ora, la domanda è: perché hanno sentito il bisogno di approvare queste leggi proprio al culmine della pandemia? Il signor Modi godeva e continua a godere di una forte maggioranza, prima, durante e dopo questa pandemia. Continuerà sicuramente a goderne anche per i prossimi due o tre anni. Hanno fatto un preciso ragionamento, hanno ritenuto che operai e contadini fossero in ginocchio, incapaci di organizzarsi e contrattaccare. E infatti, molti influenti intellettuali neoliberali, economisti, giornalisti, editori, hanno incitato il governo, parafrasando Winston Churchill, quando diceva: “Mai sprecare una buona crisi”.

In estrema sintesi hanno detto: “Questo è il secondo momento cruciale per l’India dal 1991” – da quando cioè è stata abbracciata la dottrina del neoliberismo. “Questo è il momento di attuare riforme aggressive e di nuova generazione”. E il governo ha fatto proprie queste raccomandazioni e si è spinto in questa direzione, non comprendendo la determinazione di questi contadini, che si sono massicciamente opposti al governo.

Abolito il diritto al ricorso

Permettetemi di leggervi solo una clausola da queste leggi. Non ci crederete … ditemi voi se in una nazione democratica si può concepire una clausola come questa. Non solo hanno fatto passare queste leggi in materia di prezzi, agricoltura a contratto, sulle materie prime essenziali, ma una delle più importanti di queste leggi include questa clausola: “Nessuna azione legale, nessuna accusa o altro procedimento legale potrà essere intentata contro il governo centrale o il governo del singolo stato o qualsiasi funzionario del governo centrale o qualsiasi funzionario del governo dello stato o qualsiasi altra persona in relazione a qualsiasi cosa”. Nessun tribunale civile avrà giurisdizione per intentare un’azione legale o un procedimento in relazione a qualsiasi questione connessa alle azioni previste da questa legge. Ha letto molte leggi come questa in un paese democratico?

Quindi, hanno attaccato il diritto di ricorso legale del cittadino. E una simile misura non riguarda solo i contadini: nessuno d’ora in poi potrà fare causa. Stanno smantellando il diritto di ricorso legale. Il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Delhi ha scritto ieri al presidente dell’India, per dire proprio questo: “ Ciò che sta accadendo è estremamente pericoloso. Stiamo togliendo ai cittadini il diritto fondamentale di rivolgersi ai tribunali in caso di difficoltà”. Questo è il vero problema.

Lavorare 12 ore al giorno

Intanto le disuguaglianze si stanno approfondendo. I dati sulla disoccupazione che hai appena citato, Amy, stanno migliorando man mano che lo scenario pandemico migliora, ma accettando condizioni di lavoro molto peggiori di prima, sfruttando il bisogno. E’ stato manomesso quello che era considerato un caposaldo del diritto del lavoro, che prima era (almeno sulla carta) il limite di otto ore al giorno. Ora è consentito lavorare anche 12 ore al giorno, senza ricevere straordinari per le ultime quattro ore, che saranno considerate a forfait, caso per caso. Si sta comunque verificando un enorme, divario di classe a tutti i livelli, con il top 0,01% che accresce di continuo la propria ricchezza e una crescente sofferenza nei livelli sociali più bassi.

AMY GOODMAN: Visto che hai parlato di  COVID e degli effetti della pandemia sull’India, permettimi di condividere questa testimonianza di Birendra Singh, che gestiva un chiosco di generi alimentari nell’Andhra Pradesh. Ecco come spiega alla vostra testata giornalistica, PARI, come la sua famiglia sia stata colpita dal lockdown.

BIRENDRA SINGH: Prima del lockdown le nostre giornate si svolgevano così: sveglia alle 4 del mattino per la preparazione del puri, la colazione del mattino, il che richiedeva quattro ore. Dalle 3:00 del pomeriggio fino alle 10:00 di sera ci dedicavamo alle vendite, agli affari. Verso 11:00 di sera si tornava a casa. Stessa routine il giorno dopo, e il lavoro andava bene. Mangiavamo come si deve. Potevo prendermi cura anche dei miei genitori. Da quando è iniziato il lockdown, sono in guai seri.

Le conseguenze del lockdown

NERMEEN SHAIKH: Allora, P. Sainath, potrebbe dirci qualcosa del lockdown in India, e del fatto che il tasso di mortalità del coronavirus è apparentemente molto più basso di quello degli Stati Uniti, e anche dell’Europa?

P. SAINATH: Può essere. Può essere inferiore a quello degli Stati Uniti, ma i numeri che abbiamo su COVID-19, sulle infezioni, sui tassi di mortalità, sono estremamente sospetti, a parte uno o due stati che sono stati molto bravi a seguire, tracciare, rintracciare, per esempio il Kerala, che ha fatto un ottimo lavoro, somministrando moltissimi test. Ma in generale in India si stanno facendo pochissimi test, e questo spiega i dati che hai appena citato. Tra l’altro, la maggior parte dei test in molti stati, è fatta sulla base di antigeni rapidi, non sulla RT-PCR, che ha una percentuale molto alta di falsi negativi. Resta quindi molta incertezza… non mi bevo l’idea che l’India ha un tasso di mortalità tra i più bassi al mondo.

È vero che uno o due stati hanno un’ottima infrastruttura sanitaria e un sistema sanitario pubblico decisamente migliore del resto di un paese che, nel suo complesso, spende solo l’1,28% del suo prodotto interno lordo per la salute.  Andrebbe anche detto che la maggior parte delle spese per la salute sono sostenute dagli indiani poveri e comuni. Le ultime tre indagini sulla salute del National Sample Survey dimostrano che il numero di indiani che non cercano assistenza medica perché non possono permetterselo, è raddoppiato in 20 anni. Ecco perché non ho intenzione di credere a questo roseo scenario della bassa mortalità.

Invece c’è un numero incredibile di morti non COVID, che si sono verificate a causa del completo collasso delle infrastrutture sanitarie: le poche risorse presenti hanno dovuto per forza concentrarsi sull’emergenza-COVID, e tantissime persone sono morte per arresto cardiaco, per diabete e ictus, e per una serie di altre malattie che sarebbero state curabili. Questo numero sta aumentando in modo massiccio. Io stesso, dal 5 aprile, ho perso 14 amici e conoscenti che conoscevo molto bene – solo uno di loro è morto di COVID. Ci basta questo? Per quanto riguarda gli altri, le loro famiglie hanno cercato di farli ricoverare in ospedale, e non ci sono riusciti. E poi…

AMY GOODMAN: P. Sainath, purtroppo dobbiamo sospendere il collegamento, ma voglio ringraziarla di cuore per essere stato con noi. E, naturalmente, verremo di nuovo a trovarla a Mumbai, in India.


Palagummi Sainath

Foto di Payasam (Mukul Dube) – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=49673915

Palagummi Sainath è un giornalista indiano pluri-premiato, fondatore del People’s Archive of Rural India, o PARI: un archivio frutto di tre decenni di giornalismo ‘rurale’, che ha raccolto le voci di popolazioni e comunità di cui i media ufficiali non parlano mai.  Sainath ha vinto numerosi e prestigiosi premi, a riconoscimento della sua attenzione verso il bene pubblico e la sua difesa dei diritti.  È stato il primo reporter nel mondo a ottenere il riconoscimento di Amnesty International- assegnato per la prima volta nel 2000 – il Global Award for Human RightsJournalism.

Source: https://serenoregis.org/2020/12/09/contadini-indiani-contro-il-neoliberismo-e-le-disuguaglianze/

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